I viaggi degli amici Post di Viaggio Usa on the road

La visita a Pearl Harbor

Non è la prima
cosa che viene in mente pensando alle Hawaii. Non a me, almeno. Quando ci
penso, vedo le palme, le spiagge bianchissime e donne vestite di gonnellini di
paglia con collane di fiori. Ma dovrebbe essere almeno la seconda: parlo di
Pearl Harbor, il luogo del primo attacco straniero sul suolo americano.

Come consigliato
da mio cugino Greg (ebbene sì, ho un lontano cugino che vive ad Honolulu) siamo
arrivate al sito al mattino molto presto. Per evitare sia il caldo che
la folla. Però ne è valsa decisamente la pena.
Una volta arrivate,
ci siamo subito rese conto che il sito è molto grande ma è anche molto ben organizzato
(proprio come ci si aspetterebbe dagli americani).
Il primo passo è
la visione di un film: inquadra storicamente l’attacco – ovviamente dal punto
di vista degli americani – e racconta gli ultimi attimi prima dell’attacco e le
sue conseguenze. Eravamo già in coda per il film, quando, poco dopo le otto,
l’ora a cui fu sferrato l’attacco
, ha iniziato a risuonare (come tutti i
giorni) l’inno americano. 
Improvvisamente – come parte di una sceneggiatura non
scritta – tutti si sono fermati, e con la mano sul cuore sono restati in
religioso silenzio ad ascoltare l’inno. La commozione era tanta e devo
ammettere che – nonostante fossi una straniera in visita turistica – mi è stato
impossibile non fare la stessa cosa.
Poco dopo è
arrivato il nostro turno e siamo entrate nel teatro per vedere il film (no, non
era il “Pearl Harbor” con Ben Affleck!).
All’uscita siamo
salite direttamente su un battello che ci ha portato alla USS Arizona, la prima
nave affondata,
o meglio al memoriale che la sovrasta. In seguito al
bombardamento morirono più di mille soldati e la maggior parte dei corpi non
furono mai rimossi dalla nave che non è stata spostata. All’interno del
memoriale ci siamo mosse lentamente, in silenzio, fino ad arrivare ad un’enorme
lapide che coincide con la parete in fondo al memoriale su cui sono elencati i
nomi di tutti i deceduti all’attacco.

Nella parte
centrale del sito, il pavimento si apre e permette la vista della nave
affondata, ancora esattamente nello stesso luogo un cui fu affondata. Ma la
cosa mi ha colpito maggiormente è stata una piccola struttura, come una scatola
di marmo lunga un metro circa,  di fronte
alla lapide contenente i resti di due sopravvissuti che alla loro morte, solo
qualche anno fa, hanno chiesto di venir seppelliti con gli ex-compagni.
Dopo la visita a questa parte di Perl Harbor, siamo tornate sulla costa. Nell’attesa del passo successivo, la
vista della USS Missouri, abbiamo passato qualche minuto al bookshop. C’erano
ovviamente calamite, tazze, segnalibri, tutti i gadget immaginabili e, soprattutto, libri; ma qualcosa è riuscito nuovamente a sorprendermi: tra tutti
i libri scritti da americani ce n’era anche uno scritto da un giapponese, forse
a ricordare che la guerra è guerra per entrambe le parti e che forse alla fine
non vince mai veramente nessuno.





La USS Missouri è
il luogo in cui fu firmata la resa dei giapponesi
. Al tempo la nave era
attraccata al porto di Tokio. Oggi, non più operativa, resta un luogo storico
che si può vistare. Per non dimenticare.
Anche in questo
caso i consigli di Greg si sono dimostrati preziosi: il sito su cui si trova
la nave è tutt’ora un sito militare, quindi sono necessari permessi per
accedervi; il modo più semplice (forse l’unico?) per entrare è farlo con una
visita organizzata da un tour operator autorizzato; nonostante ciò, all’ingresso
della zona militare, una paio di soldati sono saliti sul nostro minibus per un
controllo. Una volta arrivate, ci siamo messe in fila e dopo aver atteso un
poco, l’abbiamo potuta visitare a piccoli gruppi e accompagnate da una guida. Siamo
state nel punto esatto su cui si trovava il tavolo su cui era fu firmata la
resa. C’era ancora la bandiera americana issata in quel momento che ora si
trova – protetta da un cornice – sopra l’ingresso della cabina del comandante. 
Ma
quello che mi ha colpta maggiormente è il racconto di un episodio accaduto sulla
nave.
Le navi erano oggetto di svariati attacchi kamikaze e uno di questi si risolse con lo
schianto dell’aereo su questa nave provocando peraltro un danno minimo alla stessa,
visto che le bombe che portava non esplosero. L’aereo si incendiò e il pilota
mori. Come in altri casi, i marinai stavano per buttare a mare i resti
dell’aereo e del pilota quando il capitano della nave li fermò ricordando loro che
quell’uomo combatteva per la propria patria così come loro combattevano per la
loro e che  per questa ragione gli doveva
esser reso un degno funerale. 
Visto che la tradizione richiede che il funerale
in mare avvenga avvolgendo il soldato nella bandiera del proprio Paese, i
soldati americani cucirono durante  la
notte una bandiera con il sol levante utilizzando un lenzuolo e del nastro
segnalatore rosso e al mattino celebrarono il funerale per quel soldato
giapponese.

Sono riusciti a
farmi commuovere di nuovo, con il grandissimo rispetto che la nostra guida – un
volontario della fondazione che gestisce ora la nave – ha dimostrato nel narrare questa piccola storia.

Il resto della
visita ci ha portate a visitare gli altri ambienti della nave. Le cucine, gli uffici,
e le cuccette – quelle dei marinai praticamente lungo i corridoi e quelle dei
graduati in piccole stanzette. 
La visita alla USS Missouri è stato l’ultimo
passo della visita al sito.

Lasciando Pearl Harbor alla fine della visita, non ho potuto fare a meno di riflettere sulla grande
capacità degli americani di “vendere” i loro luoghi storici. Nonostante siano
un Paese con poco più di duecento anni di storia, la vendono con
professionalità e con un orgoglio da farci impallidire nonostante i nostri
duemila anni di storia. Abbiamo molto da imparare, anche se temo si possano
imparare le tecniche sceniche ereditate dall’esperienza cinematografica o
quelle organizzative, ma temo che per il senso di appartenenza, l’orgoglio e
l’amore per il proprio Paese serva qualcosa di più.

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