I viaggi degli amici Post di Viaggio

La Francia coast to coast con la French Divide

It’s time to roll again”… questo
pensiero mi accompagnava sulle note di “Watching the wheels” di John Lennon,
quando mi trovavo con la bassa marea sulla spiaggia di Bray-Dunes sul canale
della Manica all’alba dello scorso 5 agosto, pronto a partire in sella alla mia
mountain bike per la French Divide,
2.200 Km di paesaggi e cultura francese, percorsi quasi in diagonale dal Nord
Est del confine franco-belga al Sud Ovest dei paesi baschi. 

Da questo punto in
poi, il racconto potrebbe diventare la cronaca romanzata di un bellissimo
evento in ultrabikepacking (su
questo blog abbiamo già parlato di eventi simili, quando vi ho portato la mia
esperienza al Tuscany Trail), ma al mio ritorno in Italia, leggendo anche i resoconti pubblicati da altri “divideurs”, mi sono
fatto l’idea che una cronaca puntuale di tutta la pedalata, infarcita da troppi
dettagli tecnici, non fosse proprio l’ideale per chi – come me, del resto –
frequenta questo blog per sognare posti lontani ed organizzare la propria fuga
dalla routine quotidiana. 
Anzi, al contrario: tenuto anche conto della scarsa
considerazione di cui gode mediamente la bicicletta in Italia, stendere un
resoconto di quel genere avrebbe impedito a molti lettori di godere appieno
degli interessanti spunti che si possono trarre per organizzare un viaggio in
Francia, praticamente una Francia coast to coast
dal Mare del Nord al Mar Cantabrico
.
Elemento numero uno: il
canovaccio su cui basarsi per pianificare la nostra avventura on the road è sicuramente il dettagliato
carnet de route realizzato dal team
della French Divide,
Samuel, Lionel, Thibaut e Céline (in rigoroso ordine di bellezza), il quale già
da solo basta ad avere i riferimenti turistici dei parchi naturali e delle
principali località da visitare lungo il percorso. La cosa più importante è non
seguire pedissequamente le tracce GPS, che vi condurrebbero su sentieri e single track che è stato, talvolta,
difficile percorrere anche in MTB (numerosi sono stati i pensieri rivolti a
tutto il team mentre, nel fango o sotto il sole, per decine di chilometri si
affrontavano ripide salite senza incontrare anima viva o una fonte d’acqua). 

Il
secondo fattore da valutare è il mezzo di trasporto
: non sapete quante volte
avrei voluto essere in sella ad una moto, diretto ad uno dei numerosi camping
comunali disseminati lungo l’itinerario, oppure seduto su un comodo camper, con
tutti i lussi a cui l’essenzialità del mezzo a due ruote mi ha portato a
rinunciare. L’unico veicolo che mi ispirerebbe meno è proprio quello a noi più
familiare, l’autovettura, poiché non incarnerebbe del tutto lo spirito del
viaggio, benché sia più maneggevole del camper e regga meglio della moto ai
rovesci del meteo – caldo e/o pioggia – che l’agosto d’oltralpe ci può
regalare, tenuto anche conto della differenza di latitudine che si guadagna nel
viaggio.
Adesso che abbiamo posto le basi,
posso concedervi qualche impressione di viaggio più personale, di questa Francia coast to coast con la French Divide, dei luoghi
incontrati e del periodo dell’anno in cui ho viaggiato.
Cominciamo dal principio:
Dunkerque, in prossimità della quale c’è Bray-Dunes, la località da cui è
avvenuta la partenza delle bici della French Divide, ma che nel 1940 vide ben altri mezzi schierati
per l’operazione Dynamo, proprio quest’anno ricostruita in un film con la
regia di Christopher Nolan. 

Le ampie e ben curate spiagge che si affacciano
sulla Manica sono frequentate anche dai francesi solo col bel tempo e nel cuore
dell’estate, non godendo perciò di grande appeal per chi è abituato agli
italici e sovraffollati lidi. Tuttavia, consiglio di percorrerle per una
piacevole passeggiata o per sorseggiare una birra nei locali sul lungomare,
dopo aver percorso le vie ed il parco della cittadina. 

Tra le varie risorse culturali della città dell’eroe Jean Bart, meritano senz’altro di essere visitati il museo dell’operazione Dynamo – ospitato nell’unico bunker che non è stato abbattuto o riutilizzato –  e il museo portuale, ospitato in un’ex manifattura
tabacchi, che a cimeli, modelli navali e ricostruzioni di ambienti nautici
affianca addirittura tre navi visitabili, stabilmente ormeggiate nell’antistante canale.

Scendendo verso Sud, il nostro carnet de route della French Divide ci invita a sconfinare
in Belgio, il cui confine ci ricorda un altro film, meno epico del war movie
“Dunkerque” ma molto più divertente: si tratta di “Niente da dichiarare?”,
una commedia sulle guardie di confine francesi e belghe, ambientata prima
dell’entrata in vigore del trattato di Schengen. 
La differenza anche nella
semplice urbanistica ed edilizia tra i due Paesi è rilevante, benché un tratto
comune sia la presenza dei cosiddetti villaggi, quegli agglomerati di case che
non dispongono di alcun tipo di servizio al pubblico, tipo bar o semplici
fontanelle, a cui in Italia siamo abituati. Da qui in poi, è sempre bene avere
piccole scorte di generi di prima necessità e tenere presente ove sono
collocate le stazioni di servizio, con un occhio anche agli orari e ai giorni
di chiusura delle poche attività commerciali che si incontrano lungo
l’itinerario. Per alcune centinaia di chilometri, infatti, saremo in piena
campagna: termine con cui i francesi indicano con orgoglio la parte rurale del
proprio Paese, in cui le estese coltivazioni e gli allevamenti bovini rendono
la presenza umana costante ma discreta, lasciando che prevalga la natura

Altro
tratto comune delle Fiandre, tra i due Paesi, è la presenza di numerosi
cimiteri risalenti alla Grande Guerra, in cui le grida di dolore dei Caduti
sono affievolite dall’ordine marziale delle tombe e dal verde brillante della
curata vegetazione che le circonda. Non è raro incontrare anche in aperta
campagna altri monumenti, commemorativi delle battaglie del 1914-1918, nonché
quelli collettivi ai Caduti, nel cuore dei paesi, conformemente ad una norma
analoga a quella che ne impose la realizzazione anche in Italia, al termine del
conflitto. Sicuramente molti ricorderanno anche come le Fiandre siano state
campo di battaglia per secoli, per motivi economici, territoriali e dinastici,
con altri contendenti: nel paese di Cassel, la storia ci ricorda eventi ormai
presenti solo nei nostri libri di scuola, offrendoci però un panorama degno di
una sosta.
Una differenza tra i villaggi
belgi e quelli francesi, invece, è l’iniziativa delle villes et villages fleuri che da più di 60 anni ormai abbellisce gli spazi pubblici
dei centri abitati dei cugini d’Oltralpe con un gran numero di specie floreali,
le quali aumentano l’attrattiva turistica, incentivano l’economia locale e,
diciamolo, rendono veramente incantevoli molti scorci di villaggi altrimenti
piuttosto anonimi. In Italia, poche realtà locali si sviluppano in tal senso –
personalmente, vi ho assistito solo in Umbria e Toscana – ma dovremmo prendere
in considerazione l’ipotesi di estendere anche da noi i paesi in fiore. In
agosto, inoltre, questa iniziativa si aggiunge alle manifestazioni locali che
hanno luogo quasi ovunque, in previsione della vendemmia o in occasione del
Ferragosto. In effetti, in Francia è molto sentita la tradizione di organizzare
sagre e feste, a cui non possono mancare i vide
grenier
, i mercatini diffusi da oltre settant’anni, nel corso dei quali si
“svuotano le soffitte”, le cantine o i granai e, per pochi Euro, ci si libera
di oggetti inutilizzati a cui viene data nuova vita. Accanto a questi ci sono
poi le braderie, i mercati gestiti da
commercianti professionali, diffusi ovunque ma tra i quali è molto noto quello
di Lille, il primo week-end di settembre.

Proseguendo proprio verso Lille,
per gli amanti del ciclismo su strada, sarà d’obbligo una deviazione sui tratti
di pavé percorsi durante la celeberrima corsa Parigi-Roubaix, meno confortevoli
delle strade bianche della nostra “Eroica”, ma dall’altrettanto indubbio
fascino. 
La nostra prossima tappa, dove trovare un po’ di ristoro, locali
carini e qualche evento estivo, è Le Quesnoy: città fortificata le cui mura
sono attraversate da suggestivi cunicoli, a cui si giunge tramite un curato
parco ricavato nei fossati difensivi. Tuttavia, lungo il nostro percorso,
scorci del genere sono una rarità: le chiese, generalmente, si somigliano
tutte, così come i monumenti ai Caduti; i castelli, che in Italia siamo
abituati ad avere in ogni borgo, in Francia non avevano ragion d’essere grazie
alla solida monarchia centrale. Ne troveremo, perciò, solo nelle poche
piazzeforti che avevano validi scopi difensivi, in varie epoche.

Una particolarità che ho notato,
della quale non ho trovato spiegazione, è l’onnipresenza del medesimo fregio
decorativo sulla stragrande maggioranza dei cancelli di abitazioni private
francesi, su tutti gli oltre 2.200Km pedalati. Ne ho fotografati alcuni, chissà
che qualcuno non ne conosca l’origine…

Proseguendo a grandi balzi tra le
distese di campi coltivati e parchi eolici, a cui non sempre i francesi sono
favorevoli (striscioni di protesta sono spesso presenti), si giunge rapidamente
nella Champagne, area geografica il cui nome evocativo è confermato dalle
distese di filari di vite e dalle onnipresenti cantine. Qui, seguendo la route touristique du Champagne, dopo aver attraversato
Epernay, primo check point della French Divide,
tocchiamo anche la Marna, il più lungo fiume francese, noto per la tenace
resistenza che vi si attestò durante la Grande Guerra. Facendo un balzo
indietro di qualche secolo, il XII per la precisione, ci troviamo invece ad
avere a che fare con l’ordine dei Templari, la cui storia è strettamente legata
a quella della Champagne e alla città di Troyes. Il parco naturale regionale
della Forêt d’Orient, che attraversiamo, viene anche citato nel noto romanzo di
Umberto Eco “Il pendolo di Foucault”, per evocare il quale basta anche solo
accennare agli intrighi, al presunto tesoro e all’area che fu in mano a quell’ordine di cavalieri finché non fu soppresso nel XIV Secolo.

Tornando al nostro viaggio,
merita di essere visitata anche la graziosa cittadina di Tonnerre, sovrastata
dalla chiesa sconsacrata di Saint-Pierre. 
Usciti da Tonnerre, ci si trova
già in direzione del parco naturale regionale del Morvan, il polmone verde
della Borgogna, costellato da laghi e colline. La tappa successiva, nonché
secondo check point della French
Divide è a Quarré-les-Tombes dove, traviato da un compagno
di viaggio, indulgo con me stesso e mi concedo la seconda confortevole notte nell’albergo “Le Morvan” – molto curato e pertanto meritevole di una menzione
particolare – nel quale ho anche la gradita sorpresa di trovare un bidet,
sfatando così il mito dell’eterna querelle italo-francese sull’igiene nella
sala da bagno…

Da qui in poi, la traccia GPS ci
conduce in un terreno suggestivo quanto impervio, la Grande traversée du Morvan, finché giunti nell’antica città romana
di Autun, ci si può concedere qualche chilometro più in relax costeggiando
il locale parco fluviale, con tanto di postazione pubblica di libri in
prestito.

Altra graziosa cittadina sulla
rotta della French Divide per il Sud-Est è Toulon-sur-Arroux: qui, è immancabile una sosta al
café-restaurant Le Méridien,
nel quale la cura del servizio e la qualità dei piatti non sono secondi alla
gentilezza del personale (una cordialissima cameriera mi ha assistito e
assecondato durante una pausa pranzo fuori orario, al termine della quale ho
fatto un po’ di manutenzione straordinaria alla MTB). La regione che stiamo attraversando,
però, ancora ci riserva delle piacevoli sorprese: oltrepassiamo Bourbon-Lancy
con i suoi edifici storici ed il curato parco con tanto di ciclabile (una presenza pressoché costante in Francia, sia in sede autonoma che
promiscua, nel qual caso la stragrande maggioranza degli automobilisti
manifesta per i ciclisti un rispetto da noi tristemente sconosciuto), poi
rapido passaggio per il borgo di La Chapelle-aux-Chasses con la graziosa
chiesetta di Sainte-Anne, poi, ancora, la cittadina di Moulins, dove è
possibile sia passeggiare in centro, che concedersi un po’ di relax nei camping
lungo il fiume Alliers. 

Infine, raggiungiamo il seducente paesino medievale di Verneuil en Bourbonnais, che sarebbe un
peccato non visitare data la cura con cui vengono tenuti gli edifici medievali,

in mezzo ai quali scorgiamo numerosi spaventapasseri, esposti un po’ per tutto
il centro abitato e le frazioni limitrofe in occasione della balade des épouvantails, quest’anno
alla diciannovesima edizione, in svolgimento dal giugno a settembre.

Il contachilometri, a questo
punto, ci dice che abbiamo appena oltrepassato la metà del nostro percorso della French Divide, c’est à dire 1.150 Km circa. Una
distanza di tutto rispetto, ma che ancora non ha visto il superamento di grandi
dislivelli: sul totale di 35.000 metri di D+ (in soldoni, di salite), ne
abbiamo valicati solo poco più di 11.000. 
Il conto è presto fatto… Il Massiccio
Centrale e i Pirenei – che incontreremo nei 1.100 Km a seguire – pretenderanno
il loro dazio, che si concretizzerà in un gran numero di ritiri, dovuti alla
fatica, ad infortuni, al cedimento psicologico, a guasti meccanici non
facilmente riparabili. In questo genere di eventi, quelli che non giungono al
traguardo si aggirano sempre intorno al 40% dei partenti: una percentuale
notevole, ma con un po’ di buona volontà e di buona sorte, si possono fare
grandi cose. Non va, inoltre, sottovalutato il supporto del pubblico che, più
che da casa, scende proprio in strada e incita quei perfetti sconosciuti che
arrancano verso di loro sporchi, stanchi e carichi, ma con un gran sorriso. 
Devo ammettere, in effetti, che l’aspetto umano è tra gli elementi che più mi
intriga dei bike trail. In un evento come la French Divide, in cui i
partecipanti sono muniti di un tracker GPS che ne segnala la posizione in tempo
reale su un apposito sito, non sono stati pochi gli appassionati che ci hanno
aspettato in strada ed incitato, o addirittura pedalato con noi per alcuni
chilometri, discorrendo amabilmente.
Sono cose che scaldano il cuore e, senza
eccessi di sorta, fanno sembrare questo sport qualcosa di sano, di fuori dal
tempo.
Anche chi ignorava questo evento, però, si è dimostrato non meno
accogliente. Personalmente, ho ricevuto acqua, marmellata, strette di mano e
complimenti da chi aveva visto già passare nei giorni o nelle ore precedenti
altri partecipanti. Ogni minuto speso a parlare è stato un investimento nella
qualità del percorso, anziché un ritardo sulla tabella di marcia.



Adesso, però, basta divagazioni e
torniamo in strada: ci aspettano Clermont Ferrand e la zona del Massiccio
Centrale
, area montagnosa di vulcani spenti e parchi naturali – il Parc des volcans d’Auvergne – che si
susseguono per numerosi chilometri, inframmezzati dal parco divertimenti
Vulcania, a tema naturalistico-ambientale, per chi volesse un moderato ritorno
alla civiltà più consumistica. 
Prima di giungervi, però, meritano un veloce
passaggio Chantelle con la sua abbazia, il pittoresco borgo medievale
fortificato di Charroux, raggiunto passando attraverso campi di girasoli, ed
Ébreuil. Da qui a La Bourboule, in inverno località sciistica, il percorso è
suggestivo ma duro da affrontare, giusto un assaggio del prosieguo. In
quest’ultima città si può avere un buon ristoro e, se il tempo lo consente,
anche trascorrere una bella giornata estiva in un ambiente turistico.

Una particolarità su cui voglio
brevemente soffermarmi, sono i paesi già sedi di miniere, ormai chiuse, in cui
tutte le strutture industriali sono state riconvertite al turismo. Ad esempio,
le linee ferroviarie che trasportavano le risorse estratte, sono state
smantellate e trasformate in ciclovie, più o meno lunghe ma comunque
strumentali ad agevolare l’economia e il turismo del territorio.
Questa
giornata in sella, cominciata da Olby dove finalmente – dopo tre giorni in cui
ho dormito direttamente in terra – ho avuto tempo e modo di riparare il
materassino bucato, è stata pigramente conclusa con un’altra notte all’ HotelRelais Arverne, a Saignes, appena fuori traccia. È stata, questa, una
digressione utile a capire come le cittadine francesi possano comunque offrire
qualcosa, un pub, della musica dal vivo, benché sia necessario girare per
trovarne. 

Proseguendo, si costeggia in parte il corso della Dordogne, fiume che
crea molti bacini nei quali si possono anche svolgere attività nautiche, le
quali richiamano turismo. In seguito, i panorami tornano montuosi: si raggiunge
Rocamadour, paese sede del santuario della venerata Madonna Nera, arroccato con
un castello e il palazzo vescovile fortificato, dal turismo florido e un po’
ostentato. Da rammentare anche la presenza di caverne e graffiti
preistorici, risalenti all’era paleolitica. Da qui, si percorre a tratti il
Cammino di Santiago di Compostela, benché i pellegrini comincino ad essere
numerosi solo una volta affrontati i Pirenei. 
Lungo il tragitto si passa per il
terzo check point della French Divide: Cahors, città di
medie dimensioni, dalla quale – una volta attraversato il fiume Lot sul ponte
fortificato del XIV Secolo, denominato Valentré (detto anche ponte del diavolo)
– ci si avvia verso il fiume Garonne, in cui un sistema di chiuse consente
anche alle barche a vela di raggiungere il Sud senza affrontare l’Atlantico,
una volta disalberato. 

Moissac è una tappa da non perdere, con la sua abbazia e
le numerose attività commerciali; non dobbiamo però attardarci troppo, le
montagne sono in vista. Dopo una breve sosta a Saint-Bertand-de-Comminges, ci
si dirige a Sarrancolin: siamo ormai a tutti gli effetti nei Pirenei, le salite
si fanno dure e, se non siete abbastanza veloci, sappiate che alle 14.30 la cucina
del ristorante chiude… anche se arrivate con soli 5 minuti di ritardo.
Dirigersi al Col de Tourmalet con un solo panino al prosciutto non è il massimo
dell’incoraggiamento, ma un paio di birre reintegrano i sali minerali persi
sino a quel momento! Attraversare i Pirenei è possibile anche con mezzi a
motore, camper e moto inclusi, anzi, ci sono molti posti dove accamparsi
liberamente o potendo godere di servizi, inclusi alberghi e ristoranti che,
onestamente, mi sono apparsi come degli eco-mostri. Forse è per questo che mi
ha colpito una casa in legno sospesa, affittabile, che lascia almeno l’idea di
essere in mezzo alla natura, anziché averla violata con un’antropizzazione
invadente. Il meteo favorevole consente di affrontare all’imbrunire un
tracciato abbastanza ripido ma soprattutto trafficato, negli ultimi dieci
chilometri su asfalto verso la salita mitica del Tour de France, costellata ai
lati di carte di barrette ed alimenti energetici abusati dai ciclo-amatori.

Ciò mi ricorda
che prima di attaccare la cima del Tourmalet, è d’obbligo una sosta (sempre in
extremis coi tempi di chiusura dei locali) a La Mongie, stazione sciistica
pochi chilometri più a valle, per la solita reintegrazione salina a base di
birra, stavolta accompagnata da kebab (ed alla presenza di un enorme pastore
dei Pirenei, il cane bianco del vecchio cartone animato “Belle e Sebastien”). 

Insomma, piuttosto che continuare a mangiare baguette (comprate due-tre per
volta e trasportate legate al manubrio in una busta stagna) accompagnate dalle
onnipresenti scatolette di sardine o sgombro – che da pasto di emergenza erano
diventate il cibo principale per colazione, pranzo e cena – qualunque altro
tipo di proteina è sempre bene accetto. A questo proposito, rammento che quando
ne ho avuto l’opportunità ho sempre mangiato nei ristoranti incontrati lungo il
cammino, generalmente a base di entrecôte di manzo locale, finché nei
Paesi Baschi non era più facile che la carne provenisse dalla Spagna.

Il passaggio
notturno del Tourmalet è stata una delle cose più suggestive vissute durante il French Divide.
Dopo aver disturbato coppie e astrofili per scattare un selfie al quarto
ed ultimo check point
, sotto la statua
di Octave Lapize a 2.115 metri, lo spettacolo del cielo terso e stellato in una
notte ancora senza luna ha ripagato molti degli sforzi fatti per raggiungerlo.
La discesa, al contrario, è stata fin troppo veloce, in parte schivando pecore
e mucche al pascolo, già assopite sulla carreggiata.
L’altro
versante del Tourmalet rivela una vita notturna insospettata, sino a quel
momento, pur essendo solo giovedì; qui, inoltre, si mescolano all’architettura i ricordi delle campagne napoleoniche, le quali hanno lasciato lutti ma anche
infrastrutture. In tutto ciò, i chilometri dall’arrivo della French Divide diminuiscono ma non così
in fretta. 
L’indomani, c’è ancora da attraversare Lourdes, la “Las Vegas” della
cristianità, dove trovare un ristorante aperto a metà mattinata è facilissimo.
Il problema è il meteo: la pioggia battente che comincia a cadere dalla tarda
mattinata, rallenta il passo e, nonostante la festa di fine trail fosse
programmata per sabato a pranzo, anziché pedalare tutta la notte decido di
spendere l’ultimo jolly-albergo – accolto dai proprietari con molta cordialità,
benché fossi coperto di fango da capo a piedi – per asciugarmi all’Hôtel de France di Oloron-Sainte-Marie, bella cittadina, con locali aperti fino a tarda
sera ed iniziative estive a cui purtroppo non ho partecipato. 
Per quanto
riguarda gli alberghi fuori dalle grandi catene, la mia seppur ridotta
esperienza mi ha insegnato che la colazione è ridotta al minimo, niente buffet
continentale o porzioni familiari di croissant. Mezza baguette, un po’ di burro
e marmellata, è ciò che mediamente viene offerto insieme a un tè o un caffè.
Per noi italiani è un mezzo trauma, considerando come ci siamo adattati
facilmente alle tavole imbandite a colazione come se si trattasse di un pranzo
di nozze… tenuto anche conto che, soprattutto in bicicletta, prima di trovare
un paese con una boulangerie aperta e
che avesse ancora scorte di pain aux
raisins
o au chocolat, mi è
toccato pedalare talvolta ben più di 30-40 chilometri.
L’ultimo
giorno, sabato 19 agosto, torna fortunatamente il sereno, che mi consente di
godere appieno del bello e faticoso tracciato che, sovrapponendosi spesso al
Cammino di Santiago, mi conduce a Mendionde. Saltato l’appuntamento
per la festa a pranzo, posso prendermela comoda ed arrivare tranquillamente per
cena, facendo ancora una volta il turista. Sporco e affaticato, ma sempre
curioso di conoscere i luoghi che attraverso! 
Degne di nota sono Navarrenx, la
città fortificata in cui si incrociarono i destini dei tre moschettieri di
Dumas, e Saint-Jean-Pieds-de-Port, nota a tutti i pellegrini e molto
caratteristica, benché artefatta dalle troppe botteghe di souvenir. 

Il
traguardo è, come detto, al ristorante
Etchebarne di Mendionde, nel cuore dei Paesi Baschi, dove si adotta il
bilinguismo e lo sport più praticato è la pelota basca, al punto che in ogni
paese che ho attraversato ho notato almeno un alto muro (fronton), oltre magari ad una palestra apposita, per consentire ai
giovani atleti di esercitarsi anche all’aperto.

Il giro in bici termina qui… con
la MTB smontata ed inscatolata per il volo di ritorno in patria, da Parigi
Charles de Gaulle, nel quale ero anche arrivato. Tutti gli spostamenti interni
alla Francia li ho fatti in TGV o TER, sui quali è consentito il trasporto
della bici ma con eccezioni, perciò è bene pianificare con attenzione qualora
aveste intenzione di viaggiare in questo modo.

Una piccola appendice di vacanza l’ho fatta a Bayonne, non avendo tempo per giungere sino alla rinomata località balneare Biarritz e completare così l’ideale percorso della Francia coast to coast. Tuttavia, mi posso ritenere soddisfatto, anche perché Bayonne è una graziosa città con un centro storico ancora vivo e numerosi locali che si distendono lungo il fiume Nive, che la attraversa insieme all’Adour.

In chiusura, soprattutto a beneficio di eventuali lettori forti
pedalatori, voglio esporre alcune mie considerazioni sulla componente
agonistica della French Divide.
Non credo che esista un modo coretto di affrontare un bike trail, la
percezione del divertimento è soggettiva, perciò coloro i quali si sono
preparati atleticamente nei mesi prima della partenza (come Anna Mc Leod,
prima al traguardo delle donne) e che hanno corso per fare un buon tempo,
meritano il medesimo rispetto di quelli che hanno preferito non gettare nemmeno
un’occhiata distratta al sito Trackleader, come il sottoscritto, per non
entrare nell’incubo del ciclista da raggiungere o per non farsi superare da
quello che sopraggiunge. Ciò, tenuto sempre conto delle differenze di capacità
fisiche ed allenamento, beninteso. Lo stesso vale per chi ha dormito sempre, o
in prevalenza, in strutture, e chi invece si è accampato alla buona e magari aveva con sé anche un fornellino da campo. Il
bello di questi eventi, secondo me, è proprio che per la maggior parte del
tempo si è da soli, o quasi, e le mischie da gara della domenica sono solo un
ricordo. A ciascuno, secondo i propri gusti! 
Ovviamente, chi di voi dovesse pensare di affrontare
l’itinerario della French Divide in bici, è bene che segua le indicazioni del carnet de route, tenendo presente che il massimo, per vivere
l’ambiente amicale francese, non potrà che essere la partecipazione alla terza
French Divide, alla quale auspichiamo una sempre maggiore presenza di italiani!
Quest’anno, infatti, eravamo soltanto in due: oltre al sottoscritto, ha fatto
una buona prestazione – nonostante vari guasti e imprevisti – Daniele Bifulco,
gran pedalatore e uno dei due organizzatori del Lazio trail,
altro itinerario da tenere d’occhio, non solo per la facilità negli spostamenti
dovuta alla vicinanza alla Capitale. 
Potrebbe essere l’argomento del mio prossimo articolo, se le ragazze di Viaggi&Delizie mi vorranno come ”ospite” di nuovo!

One Response

  1. Anonimo settembre 16, 2017

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