I viaggi degli amici

Lazio Trail: una nuova esperienza in bikepacking

Il Lazio Trail: uno dei numerosi eventi di bikepacking che, negli ultimi anni, stanno avendo a livello nazionale un sempre maggior numero di iscritti.
Una descrizione del genere sarebbe del tutto incompleta e, più avanti, scopriremo le ragioni che mi hanno condotto a maturare un tale pensiero.

Negli anni 2017 e 2018, che mi hanno visto macinare più chilometri in mountain bike che in auto,  nonostante gli imprevisti, l’evento ciclistico autunnale a cui desideravo prendere parte, e che avevo pianificato da tempo, era il Lazio Trail. Per me, nato nella Capitale, era un appuntamento che conciliava la voglia di avventura con la logistica estremamente agevole.

Si tratta di un evento in bikepacking, quest’anno alla terza edizione, organizzato su due percorsi di  lunghezza 350Km o 680Km. Entrambi con partenza da Roma, si snodano attraverso le cinque province laziali affrontando dislivelli positivi (D+) rispettivamente di 5.000 e 15.500 metri. Nel 2017, i percorsi erano di 300Km o 560Km e di 5.000 e 13.200 metri D+.

Il requisito atletico per affrontare i due percorsi è palesemente differente. Lo short può essere concluso in un week end lungo anche con una bici cosiddetta “gravel” (ruote di sezione ridotta e telaio rigido, molto più simile ad una bici da corsa). Per il long è invece consigliata una MTB ammortizzata e una maggiore disponibilità di tempo.
Se, tuttavia, foste convinti che “con la gravel si può andare ovunque”, non lamentatevi se già solo dopo i primi 200Km del long vi sentirete come appena usciti da una rissa con Mike Tyson e Evander Holyfield (lo ricordo ai più giovani: meglio stare attenti a quei due pugili!).

Il principale fattore che accomuna i tracciati, invece, è l’offrire una visione d’insieme di riserve naturali, monumenti, paesi e città che vengono troppo spesso messi in ombra dall’ingombrante vicinanza della Capitale d’Italia.

Il Lazio come meta turistica

In effetti, pensandoci bene, l’offerta turistica della mia Regione viene sovente trascurata dai suoi abitanti per destinazioni anche di sole poche decine di chilometri più lontane, principalmente l’Umbria o la Toscana.

È pur vero che il romano medio ha discendenti che provengono proprio dalle province laziali e che, pertanto, molti luoghi gli sono già noti e molti altri sono troppo vicini – quando si muove in auto, ma non se lo facesse in bici – per fargli assaporare il gusto della “fuga per il week – end”.

Un discorso simile può valere per gli altri turisti, tra cui soprattutto quelli provenienti dall’estero , che si dedicano esclusivamente a visitare Roma ma perdendo, in tal modo, le tante opportunità di arricchirsi culturalmente anche al di fuori delle Mura Aureliane. Un tour del Lazio, infatti, consentirebbe di conoscere sedi vescovili e palazzi nobiliari, castelli e borghi, vivendo in prima persona un territorio che offre anche lo spaccato di una società diversa (forse, migliore?) di quella a cui siamo abituati.

Tanto per portare un esempio, mi sono stupito di trovare sul rubinetto di una fontanella di Corchiano (VT) i resti colorati dei palloncini usati, penso dai bambini del posto, per organizzare una mitica battaglia a gavettoni, la quale riposa ormai in fondo alla memoria della maggior parte di noi.

Questa volta, al fine di stuzzicare qualche palato in cerca di gusti meno convenzionali – e tra i lettori di questo blog ce ne sono, fortunatamente! – vi offrirò qualche spunto turistico che si può agevolmente trarre da i 680Km del Lazio Trail long, invitandovi a farvi coinvolgere anche in qualche escursione sui sentieri, oltre che visitare monumenti e farsi servire nei ristoranti.

Diario di viaggio

Si parte dal campo sportivo dell’Appia Rugby, situato all’interno del parco degli Acquedotti, dove alcuni dei partecipanti sono stati anche ospitati e abbiamo tutti partecipato a una ottima cena conviviale, annaffiata dalle birre viterbesi delle Terre di Faul.
Da sottolineare, quest’anno, la consistente presenza di ciclisti stranieri, belgi e olandesi, nonché un colombiano. Diciamo che hanno colto un’ottima opportunità, per visitare in modo dinamico una bella regione.

Dalla periferia sud – est di Roma, abbiamo poi percorso il famoso basolato dell’Appia Antica, contornato da tombe latine ed epigrafi, diretti alla prima salita verso Castel Gandolfo e i Castelli Romani, da cui anche il Papa gode di una bella vista sulla Capitale. Poco dopo, cominciano i primi assaggi di vero sterrato, quello del sentiero, quasi sempre pedalabile, che segue le sponde del lago Albano fino ai pratoni del Vivaro, un colle di origine vulcanica al pari delle zone circostanti.

I chilometri scorrono via veloci: la zona la conosco, perché vi faccio le mie pedalate domenicali e per averla vista lo scorso anno nella precedente edizione del Lazio Trail. Suggestivo è l’ingresso nella Provincia di Latina con l’arrivo al lago di Giulianello, dove incrocio altri cicloescursionisti e alcuni appassionati di sport acquatici.

Ancora qualche colpo di pedale e si giunge ai giardini di Ninfa, altra perla del Lazio, in cui una semplice foto non rende abbastanza la magica atmosfera che emana quel luogo.

Le salite più ripide, anche se agevoli, non si fanno attendere. Sermoneta, con la sua rocca e i suggestivi vicoli, invoglia a una sosta per pranzare e per riprendersi dal caldo che ci fiacca in questo inizio di settembre.

Subito dopo, ci si avvia ad aggirare il Monte Nero, sul quale sorge Rocca Gorga, che ci ricorda il noto tenore e collezionista Evan Gorga (originario della vicina Broccostella), la cui raccolta archeologica e di strumenti musicali è oggi esposta a Roma nel palazzo Altemps.

I due organizzatori del Lazio Trail – Daniele Bifulco e Paolo Santese – in questa zona, si sono impegnati a trovare percorsi suggestivi e duri, belli naturalisticamente, ma impossibili da pedalare. Ma ci può stare, i trail servono anche per mettersi alla prova!

Tra campi e colline si passa il confine della Provincia di Frosinone e si giunge presto ad Alatri, dove è quasi piacevole cenare col sottofondo del concerto di fine estate, con la piazza e le vie gremite al sabato sera, dopo aver trascorso spesso la giornata in solitudine.

Verso Ferentino avevo già incontrato il mio amico belga Bjorn, conosciuto alla French Divide, col quale ammiriamo le enigmatiche mura ciclopiche della città e, dopo aver fatto rifornimento di cibo e acqua, decidiamo di proseguire attraverso il successivo bosco fino al check point 1, la Certosa di Trisulti.  Trascorriamo all’aperto la serena notte, contenti della distanza percorsa e del meteo che, a parte il caldo, ci è favorevole. Dispiace un po’ non aver visitato la certosa, ma viaggiare in bici per lunghe distanze, in pochi giorni, induce a fare qualche rinuncia.

Il mattino seguente si riparte di buonora. Sosta a Vico nel Lazio per un’ottima colazione a base di pizza appena sfornata, poi ancora avanti a lambire Fiuggi, la rinomata città termale, non senza attraversare zone impervie e, spesso, impossibili da pedalare sia in salita che in discesa.

Il successivo passaggio del confine tra il territorio degli Equi e degli Ernici è sancito dall’Arco di Trevi, sito archeologico del III – IV Secolo a.C. che spicca in un sentiero praticato, oggi, da escursionisti e pastori.

Ci troviamo, ormai da un po’, in zone impervie, dove il tracciato che attraversa la rigogliosa natura dei  monti Simbruini continua a metterci in difficoltà. Ma ci riserva anche delle splendide vedute, qual è la cascata di Trevi, dove il Simbrivio si unisce al fiume Aniene. Il sito è bello, anche se soffre ancora per i danni del recente maltempo. Ciò, tuttavia, non scoraggia i numerosi turisti che, benché con calzature inadatte allo sterrato, affollano il sentiero che porta al suggestivo specchio d’acqua. Consiglio vivamente una bella grigliata di carne al ristorante “La Cascata”, facilmente raggiungibile tramite la strada provinciale 193.

Prima di arrivare a Subiaco, ci sarebbero altre mete turistiche a cui dedicare del tempo, ma il richiamo del trail è più forte e passiamo rapidamente davanti al Santuario benedettino del Sacro Speco e ai ruderi della villa di Nerone, testimonianza di come la zona sia stata sempre tenuta in grande considerazione in epoca imperiale romana, ma anche come luogo di eremitaggio e contemplazione.

Il cammino benedettino lungo l’Aniene scorre via anch’esso abbastanza rapidamente, a parte qualche tratto di portage che, tuttavia, consente di osservare con più calma degli scorci di natura molto intensa.

Il passo successivo è fare una pausa, a base di birra e panino alla porchetta, a Vicovaro. Il check point 2 –il B&B Febinn, a Mandela – è ormai vicino e Daniele ci viene incontro, immaginando dove ci fossimo fermati. I paesi che seguono, Licenza e Percile, sono graziosi e meritano senz’altro una visita. In particolare, va fatta una sosta al ristorante pizzeria Settegiacche , dove sono stato accolto in modo molto familiare e, a fine pasto, mi sono anche stati offerti dei cornettini alla Nutella appena sfornati.

Proseguendo, però, voglio spendere una parola di ringraziamento per la signora Flora, che (in un altro giro, ma non importa) mi ha aperto appositamente il negozio di alimentari che ha a Orvinio e mi ha addirittura fatto credito, per un ricco panino e della frutta!
Tra l’altro, questo paese sancisce l’ingresso nella Provincia di Rieti, dopo aver percorso parecchie decine di chilometri nuovamente in quella di Roma, più o meno da Subiaco in avanti.

Passo la seconda notte ancora una volta con Bjorn, all’aperto, appena fuori Pozzaglia Sabina, dove  approfittiamo della sosta serale per berci un’ottima birra. Al risveglio, la nebbia del fondovalle ci rasserena sulla bontà della scelta di dormire in altura, a circa 900 metri, da cui però dobbiamo discendere attraverso una pineta e dei sentieroni coperti di pietre, fino a Colle di Tora, godendo di una splendida vista sul lago del Turano.

La risalita verso Varco Sabino è molto ripida, ma poi si riscende rapidamente (anche se su fondo molto smosso) verso il limitrofo lago del Salto, anch’esso come il precedente nato nei primi anni Quaranta del 900, a seguito della costruzione di due dighe. La morfologia dell’area deve essere cambiata molto, da quando gli invasi sono stati colmati, ma la bellezza della riserva naturale Monte Navegna e Monte Cervia ne ha sicuramente guadagnato. Tra i paesi dei dintorni, uno che non è stato attraversato ma che ho visto in un mio precedente viaggio, è Rocca Vittiana: imperdibile con i suoi vicoli all’interno della rocca, che costituisce il fulcro del centro abitato e dove, a luglio, si svolge una allegra festa di paese.

L’area montagnosa che stiamo attraversando è nei pressi del confine tra le Regioni Lazio e Abruzzo. Ciò, è testimoniato anche dall’orografia del terreno, costituito da aspre pietraie e fitti boschi, dai quali si  comincia a intravedere il temibile Terminillo, che troneggia con i suoi quasi duemila metri di quota, non facili da scalare. Nel pomeriggio, giunto a Rocca di Corno, decido di proseguire da solo poiché Bjorn si trova ad affrontare alcuni inconvenienti meccanici, lunghi da risolvere. Arrivo così, in serata, a Borbona,  dove mi riposo nel sacco a pelo, cullato dallo scrosciare dell’acqua di una fontanella. Un vero lusso che mi consente di non lesinare sul contenuto delle borracce, come purtroppo,invece, avviene spesso.

Al risveglio, non so ancora come si svolgerà la mia giornata, ma una pedalata così, la sognavo da tempo.

Il mio Lazio Trail è cominciato l’11 settembre alle 6 e termina alle 8 del 12 settembre: circa 300Km e 5.200 D+.
Si sono susseguiti il Terminillo (al rifugio Sebastiani, chiuso, il gestore aveva lasciato acqua e panini proprio per noi partecipanti al Lazio Trail), la Sabina, il più familiare viterbese… con Corchiano, le forre e gli asini; Vignanello, col castello Ruspoli; il monte Cimino e la vita notturna della vivace Viterbo – il check point 3 – con la sostituzione delle pasticche dei freni mentre aspettavo che mi preparassero un panino da “Magnamagna”.

Molto suggestivo, come sempre, è stato percorrere la sponda meridionale del lago di Bolsena fino al paese di Marta. Da qui ho proseguito per Tuscania per poi inerpicarmi verso il borgo agricolo di Montebello, finendo per arenarmi nel cuore della notte in un tentativo di guado al fiume Marta. disperso tra le colline prima di Tarquinia, il mio punto di arrivo finale preventivato.

Pedalare nel cuore della notte ha sempre un fascino particolare. I rumori della natura sono amplificati, si incontrano animali notturni (ho visto volpi, lepri e numerose istrici!), la presenza del ciclista è  inaspettata e gli occhi degli armenti e delle greggi riflettono la luce della torcia che illumina il sentiero, stavolta in una notte senza Luna. Ovviamente, insieme alle pecore c’erano anche i cani pastori: devo ammettere di essermi preoccupato quando dall’oscurità ne sono spuntati cinque, circondandomi a breve distanza. Per fortuna che, ormai, ho fiducia nel predominio dell’uomo sul cane domestico, il quale, se trova qualcuno che abbaia più forte di lui, si riconduce a più miti consigli. E così è stato anche stavolta, sebbene mi sia sentito in colpa per un cane che mi era sembrato spaventarsi molto alle mie invettive!

Il guado: avrò passato due ore a capire come farlo, confrontando la traccia con l’impenetrabile canneto e i fitti alberi e cespugli che ricoprono completamente le sponde del fiume. In realtà, un potenziale attraversamento lo avevo trovato… ma l’acqua scura e che sembrava alta (forse anche per la pioggia dei giorni precedenti), la corrente ben visibile, il fondo fangoso e il fatto di essere solo nella notte, mi hanno fatto dubitare dell’opportunità di procedere. In questo mio comportamento prudente ammetto che ha influito anche la mia esperienza neozelandese e le raccomandazioni degli organizzatori del Tour Aotearoa : occhio alla brown death, quella che coglieva i coloni che attraversavano in modo sprovveduto i torbidi corsi d’acqua ingrossati dalle piogge. In tutto ciò, però, ho avuto la ventura di trovare un albero di fichi, ricco di dolci frutti maturi. Come da tradizione, ne ho fatto una scorpacciata che mi desse vigore… risparmiando le barrette energetiche per i tempi di magra.

Ormai ero deciso ad attendere il sorgere del sole, alle 6.45 circa, per poter procedere con una maggiore  consapevolezza degli eventuali pericoli, ma quando Daniele (che al risveglio, intorno alle 6, deve aver notato che la traccia del mio GPS tracker sul sito di Neveralone era andata avanti e indietro lungo la sponda per le precedenti due ore) mi ha comunicato via messaggio che sarei potuto tornare indietro e procedere via asfalto, ho deciso di non insistere oltre, anche se il fatto che due altri partecipanti abbiano poi attraversato il guado, qualche ora dopo, mi ha fatto un po’ rammaricare della scelta fatta. Anche perché il tragitto a ritroso, fino alla più vicina strada in asfalto, è stato di circa dieci chilometri, di cui in parte anche a spinta e la statale, fino al “Camping Village Tuscia Tirrenica” di Tarquinia, non è certo un’arteria che trasmette sicurezza alla circolazione ciclistica.

Impressioni da ciclista

Stavolta voglio cogliere l’opportunità offerta dalla diffusione che ha questo blog per esprimere qualche  considerazione tecnico-sportiva sul Lazio Trail, augurandomi che possa essere condivisibile.

Intanto, in Italia si prediligono trail dai nomi altisonanti o evocativi e, ovviamente, in questo mi sono fatto influenzare anch’io.
Tuttavia, a un certo punto si può avere il desiderio di vivere degli eventi più intensi sotto l’aspetto dello sforzo fisico e dell’immersione nella natura, ma si può decidere saggiamente di avvicinarsi ad essi in maniera graduale.
Ebbene, come ho scritto in premessa, il fatto che la Capitale possa offuscare l’interesse per il luoghi attraversati dal Lazio Trail, non toglie che gli aspri sentieri percorsi costituiscano un’ottima preparazione per eventi più duri, considerato che la morfologia del territorio – soprattutto del Lazio interno – non differisce poi molto da quella abruzzese e, in parte, sarda. La difficoltà aggiuntiva che troviamo nel Lazio è dovuta in gran parte alle scarse risorse pubbliche rese disponibili alle singole amministrazioni locali, le quali si trovano costrette ad abbandonare la manutenzione delle strade asfaltate, figuriamoci di quelle sterrate. Ciò significa che, ad esempio, se in Toscana le strade bianche dell’Eroica (la famosa ciclostorica) sono in condizioni pressoché ottimali, nel Lazio una qualunque strada interpoderale è piena di buche; una carrozzabile forestale è un’aspra pietraia; una pietraia diventa, di conseguenza, uno scosceso dirupo scavato dalle piogge e che, troppo spesso, deve essere affrontato con la bici a spalla sia in salita che in discesa. In questo ambito, influisce molto il mezzo di cui si dispone e le capacità di condotta dello stesso.

Ho apprezzato molto la scelta fatta da Paolo e Daniele di inserire tratti abbastanza duri a spinta, talvolta anche in discesa per motivi di prudenza, nonché dei tratti in cui la navigazione è potuta avvenire solo tramite il GPS, considerata l’assenza di sentieri tracciati sul terreno.

In particolare questi ultimi due fattori, rendono il Lazio Trail un’ottima palestra per chi avesse l’ambizione di misurarsi con eventi più impegnativi, a livello internazionale, e voglia provare il mezzo, l’equipaggiamento e se stesso prima di avventurarsi.

Beninteso, il Lazio Trail è concepito per poter essere affrontato e, tutto sommato, le difficoltà non sono insormontabili.
Teniamo poi conto che i vantaggi dati dall’avere paesi a breve distanza lungo il tragitto, possono essere annullati da una scelta personale ancora più estrema a livello usupported, decidendo ad esempio di pernottare nelle zone boschive anziché nei pressi dei centri urbani.

Discorso analogo possiamo farlo riguardo al meteo, il quale può variare repentinamente. In queste due ultime edizioni del trail, ci ha offerto un’allerta con piogge torrenziali e un notevole caldo, entrambe circostanze tempranti per la resistenza fisica e mentale.

Nota relativa ai chilometri e al dislivello positivo (D+): non siamo in una manifestazione di atletica leggera su pista, in cui tempo e distanza hanno una correlazione. In bici, tutto è relativo… perché il terreno è la variabile determinante! E il Lazio Trail può a pieno titolo essere considerato un fratello “corto” di tanti trail ampiamente riconosciuti come duri. Utile, inoltre, la predisposizione di check point (quattro per il lungo e uno per il corto) con una travel card sulla quale segnare gli orari di passaggio, altrimenti certificabili grazie a dei selfie, attraverso i quali monitorare la progressione dei vari partecipanti e assicurarsi che tutti procedano correttamente.

Apprezzabile, inoltre, lo sforzo fatto dagli organizzatori del trail – i più volte citati Paolo e Daniele – i quali hanno fatto in modo di accoglierci di persona, almeno uno di loro, ai vari check point.

Impressioni da turista

Queste mie descrizioni di chilometri percorsi, zone impervie e guadi, non vogliono restringere le opzioni che ha il turista, indicendolo ad avvalersi dei soli mezzi a motore, che tanto cari sono agli italiani. Perché non pensare, una volta tanto, anche alla bici? Prima di essere spaventati dalla fatica, diamo un’occhiata alle possibilità offerte dalle e – bike (le bici a pedalata assistita) e dalle visite guidate, in cui l’accompagnatore potrà calibrare percorsi e mete sulla base delle richieste e dell’esperienza del viaggiatore.

Tra l’altro, uno dei due organizzatori, Daniele, ha aperto un negozio di noleggio e assistenza bici a Viterbo e organizza tour guidati, eventualmente anche ritagliati sulle esigenze dei singoli clienti.
La mia principale esortazione, comunque, è di vivere il territorio, di non fermarsi solo per una bottiglietta d’acqua, ma di curiosare, di parlare con le persone, talvolta di comprare un panino e gustarselo su una panchina del belvedere del paese, anziché accomodarsi in un ristorante.

Ciò, offrirà sicuramente un punto di vista diverso su una regione, il Lazio, ricca di offerta turistica – sia naturalistica che culturale – nonché di una varietà gastronomica che saprà deliziarvi.

2 Comments

  1. Giovanni Dicembre 28, 2023
    • Paola Forneris Gennaio 4, 2024

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